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September 23, 2010 | History

Fossati, Paolo

1938 - 1998

Marco Belpoliti
Per Paolo Fossati
(Cielo)
Di Paolo Fossati, lo ha ricordato di recente Gianni Celati, Italo Calvino diceva che era "l’unico critico d’arte che non parlava come un critico d’arte, cioè indipendente e con interessi poco corporativi", osservazione che coglie nel segno sia riguardo al carattere della persona sia rispetto alla sua opera di critico e storico dell’arte del Novecento.
All’Einaudi Fossati era entrato all’inizio degli anni Sessanta all’età di venticinque anni, e aveva preso ad occuparsi di letteratura, filosofia, psicoanalisi, storia, facendo i mille mestieri a cui i redattori della editrice torinese erano da sempre abituati, tra cui anche quello di esperto d’arte. Nel contempo frequentava gli artisti torinesi di quel periodo, uno dei più fertili dell’arte italiana del dopoguerra.
Allora esponevano per la prima volta nelle gallerie della città sabauda artisti come Giulio Paolini, Alighiero Boetti, Claudio Parmiggiani, e altri di quel gruppo che venne poi definito "arte povera".
Fossati, già avanti negli anni rispetto ai suoi coetanei, come ha detto con una felice battuta Ernesto Ferrero – anche lui dal 1963 in via Biancamano – faceva vita di partito nel PCI e scriveva sull’edizione torinese dell’Unità articoli di critica d’arte; non c’è mostra o artista di quel momento che non abbia recensito; e nel contempo, su sollecitazione di Giulio Einaudi, e con Giulio Bollati, dava vita nel 1969 a Einaudi Letteratura, la collana dove si incontrano le opere di Beckett, Benjamin, Bataille, Claude Simon, Gadda con i libri di Lucio Fontana, Man Ray, Fausto Melotti, Giulio Paolini, Francesco Lo Savio, Giuseppe Penone, dove si mescolano arte e letteratura, i due grandi amori di Fossati, oggetti non-oggetti a cui ha dedicato la sua attenzione di critico e studioso.
Qui esce per la sua cura Codice ovvio di Bruno Munari, qui Calvino s’incontra con Melotti e si ristampa Alberto Savinio, sua grande passione.
Nel 1971, sempre da Einaudi, pubblica L’immagine sospesa. Pittura e scultura astratte in Italia (1934-1940), libro decisivo per ripensare un periodo della nostra storia artistica fino a quel punto del tutto negletto; cui segue subito dopo una storia del design in Italia. Fossati è stato un grande studioso del primo Novecento: "Valori plastici" 1918-22 esce dall’editore torinese nel 1981 e inaugura una stagione di riletture del rapporto tra tradizione e attualità della cultura italiana tra le due guerre; ma c’è anche il libro sul tema dello spettacolo nel futurismo, La realtà attrezzata(Einaudi 1971) e La "pittura metafisica" (Einaudi 1981). Chi ha avuto la fortuna di leggere questi volumi si è imbattuto in una prosa non consueta tra gli storici e i critici d’arte, ricca di umori ma anche attenta al piacere del raccontare, nervosa e insieme distesa, piena di sprezzature ma insieme umile e dimessa, pronta a raccontare dubbi e perplessità, a sondare campi e argomenti inusuali con una cautela a tratti quasi inattesa.
Il modo di scrivere di Paolo Fossati rivela molto bene la personalità spigolosa e complessa e la singolare figura di uno studioso d’arte che non considerava l’arte separata dalla letteratura, dalla poesia, dalla scienza, dalla filosofia, dalla vita.
Più volte, parlando di Picasso, ritornava sull’importanza che avevano avuto per l’artista spagnolo i bordelli di Parigi, oppure le pagine pubblicitarie dei giornali che ritagliava per i suoi collage, o ancora evocava dettagli propri del mestiere dell’uno e dall’altro pittore o scultore, poiché Fossati dava un’enorme importanza a tutto ciò che è contingente, occasionale, a ciò che non entra mai nelle storie dell’arte le quali danno invece spazio alle teorie estetiche e alle poetiche, parole che in sua presenza era meglio non usare per non scatenare le sue proverbiali ire.
Sapeva tutto e leggeva tutto, e almeno un anno o due prima degli altri, e di questa voracità di lettura resta il segno negli articoli e nei libri che scriveva; ma anche l’aspetto militante della critica – parola oggi desueta – aveva nella sua opera un significato preciso, tanto è vero che mentre si leggono le pagine dedicate a De Chirico o De Pisis o Carrà, si intravedono in trasparenza i profili di artisti contemporanei, e viceversa. Ciò non toglie che la scrittura di Fossati si muove in mezzo alle vicende di artisti del primo Novecento con l’attenzione di chi ricostruisce vicende singolari, persino irripetibili, come in quel romanzo ad episodi che è La "pittura metafisica" dedicato al sodalizio tra quattro amici (De Chirico, Carrà, De Pisis e Savinio) che s’incontrano a Ferrara durante il servizio militare e continuano a frequentarsi, negli anni del dopoguerra romano, milanese e parigino; questa storia è ricostruita ricorrendo non solo alle opere, ma anche alle lettere, agli articoli, ai libri, alle riviste, usando cioè documenti di varia forma e natura, ma sempre trattati con perizia di narratore oltre che di esegeta.

L’idea è quella di delineare qui, come nel successivo e bellissimo volume, Storie di immagini e di figure.
Da Boccioni a Licini (Einaudi 1995) la storia di un’avventura artistica che sfugge agli schemi consueti dell’avanguardia e del ritorno all’ordine, delineando un terreno molto più accidentato e fratto di quello che i manuali e le storie letterarie di solito ci raccontano.
Storie di immagini e di figure affronta un tema che altrove i critici avrebbero definito postmoderno, quello del "ritorno dell’allegoria", di quell’arte che, a partire dal principio del secolo, esaurita l’opportunità dell’oggettività, cioè della rappresentazione in pittura "non restava che la via del pittore che racconta il proprio lavoro di pittore".
Concepito come una passeggiata nelle stanze di un museo immaginario, e attento ai motivi e alle figure che trasmigrano di pittore in pittore, di artista in artista, Fossati racconta in questo libro come l’avanguardia artistica abbia posto per la prima volta in questo secolo il problema dell’arte che parla di se stessa, un’arte che non è legata più ai canoni estetici. Pur non essendo né letterariamente né storicamente un avanguardista (anzi, si compiaceva in modo polemico di presentarsi come un "reazionario", senza per altro esserlo mai), il critico torinese ci mette davanti all’idea della fine dell’idea di "capolavoro" e di "classicità", di fronte a quella grande "lingua morta" che è l’arte di questo secolo.
Incapace di consegnarsi alle convenzioni della forma, Fossati ha scritto libri e progettato opere (si pensi alla Storia dell’arte Einaudi, ma anche alle numerose mostre da lui curate, tra cui quella appena aperta su Valori plastici) che presuppongo l’inesistenza del capolavoro moderno; l’ultima di queste imprese è un libro accattivante e curioso, ma anche problematico e per nulla scontato, scritto senza concedere niente al gusto corrente o alle strizzatine d’occhio della critica d’arte, libro che fa i conti con quanto è avvenuto negli ultimi vent’anni nel mondo internazionale dell’arte, e non solo in Italia: dalla fondazione di October a New York alle grandi mostre parigine, dalle ricerche di Leo Steinberg all’incontro tra la critica d’arte e la filosofia poststrutturalista.
Autoritratti, specchi e palestre (Bruno Mondadori), è ancora una volta un libro che non rinuncia ad interrogarsi sulle figure del lavoro dell’artista, da Casorati a Ugo Mulas, da Boccioni a Helmut Newton.
Di Paolo Fossati editore e critico, dei suoi libri e della sua personalità tutta ansia e passione, di certo sentiremo la mancanza.

(articolo pubblicato sul Manifesto del 27 ottobre 1998)

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